Onça
âLâepopea del progresso, la protervia degli Elon Musk, la muscolare idiozia degli ecologisti e degli umanisti, lâideologia della scienza, la coercizione sanitaria; disintegra, con singolare ingegno â anzi: con persuasiva violenza â, le nostre convenzioni sociali, le nostre convinzioni, fossero pure â pietisti di illusioni â anarcoidi, imperative, âcontrocorrenteâ. Fa a brandelli â come logica conclusione del suo dire â la âculturaâ, la poesia ancillare alla metafisica, gli scrittorucoli in carriera come quelli che si immergono nellââoperaâ, quintessenziale, in fondo, alla loro viltà , alla cronica paura di immergersi nel puro elemento â di essereâ.
Uno stralcio dellâarticolo di Davide Brullo uscito il 14 settembre sulla rivista Pangea. Impeccabile recensione di Onça. Lâalbero della scienza non è lâalbero della vita, libro scritto a quattro mani da Luca Orlandini e Davide Brullo, pubblicato dalla casa editrice Pellegrini nel mese di luglio.
Ho avuto il piacere di leggere questo testo prima della sua pubblicazione. Pochi dettagli, giusto il tempo di unâultima revisione, quando i refusi più resistenti allâocchio bionico del correttore si interpongono fra la filigrana virtuale e quella reale, più malleabile al tatto e leggera al passo della grafite. Cercavo Wechsler-Fundoianu, la coscienza infelice, lâesperienza dellâabisso e Baudelaire⦠trovai, invece, il curatore e traduttore delle maggiori opere di Benjamin Fondane.
Luca Orlandini, âpensatore anomaloâ (come egli stesso ama definirsi), schivo delle platee e poco avvezzo alla ricorsività dei consorzi accademici; alloglotto misantropo che si esprime con un linguaggio inconsueto, non riconducibile ai soliti paradigmi letterari. A lui devo la ritrovata voglia di scomporre, ricomporre e sperimentare che negli ultimi tempi avevo smarrito.
Il pretesto fu la lettura di un vecchio articolo in cui lâautore di Onça, con la precisione e la lentezza di un artigiano, carteggiava un imponente e ligneo palazzo, dimora dellâeletta schiatta degli accademici. La vernice screpolata, corrosa da agenti più perniciosi di quelli atmosferici (dai âmestieranti delle lettereâ, appunto, che con la loro sistematica âtruffa intellettualeâ avevano reso lâedificio permeabile allâacqua e alla melma) veniva finalmente raspata e portata via con mano energica e carta vetro:
«Tutto nasce da unâavversione istintiva per la cultura istituzionale, per le specializzazioni (un tipico prodotto anti-creativo, che emerge con la nascita dellâintellettuale moderno e la conseguente parcellizzazione e professionalizzazione del sapere), per i ritualisti della cultura e quellâerudizione sterile che si riduce a commerciare con le idee altrui. Mi riferisco ai glossatori e ai commentatori, ai meri compositori dâidee altrui. à un fatto che oggi la creatività sia stata sostituita dallâerudizione e la fantasia dalla ricerca bibliografica. Non si avverte più alcuna estensione in profondità , né speculativa, né creativa».
Lâincontro, però, non avvenne in conseguenza di una resa incondizionata alle profezie di Ortega y Gasset (vecchie di un secolo) ma avvenne per una sorta di affinità elettiva, un comune sentire, un pensiero che si è sviluppato, nel tempo (seppure con un bagaglio culturale diverso), e che ci ha condotti nella medesima direzione: âContro i mestieranti delle lettereâ è ciò che avrei voluto dire, ciò che avrei voluto da sempre scrivere, senza però trovare mai le parole giuste. Ora è un poster che lascio attaccato sullâanta dellâarmadio e che di tanto in tanto leggo, giusto per ricordare a me stesso che lâintellettuale moderno, sovente, âè una mente foderata di libri, lâorgoglio di una corsa paralizzataâ.
Onça non è altro, dunque, che il frutto maturo di un pensiero libero, senza catene, che guarda al futuro con lo stesso sguardo deciso e disincantato del mammifero più veloce al mondo: il ghepardo. Questo libro può senza ombra di dubbio ritenersi una riflessione serrata fra letteratura, fede, ragione e scienza, dove la messa in discussione del presunto primato di questâultima e il ritorno alla materia sensibile sono il punto di partenza per una rivalutazione del precipuo ruolo della natura, più volte sottomessa alle logiche umane di dominio e sfruttamento. à un richiamo alla nostra essenza, al risveglio della coscienza dormiente che ha abdicato alle sue prerogative.
Molto bella e suggestiva è anche lâappendice del testo, il Bestiario, scritto da Brullo, puntuale e geniale corollario alle tesi espresse nel libro-intervista. Riporto un breve passo di Avvoltoio, perché lo ritengo uno sprazzo di pura letteratura.
«Quello dellâAgnus Dei è il sangue che lava le colpe. Zurbarán, riferendosi alla profezia di Isaia â âMaltrattato, si lasciò umiliareâ¦/ come agnello condotto al macelloâ â, non dipinge lâAgnus Dei vittorioso, ma prono al massacro. La bestia, su un tavolo grigio, ha le zampe legate, è accasciata, nello splendore del debole â ostia turbata, adatta al banale assassinio di mano dâuomo. Il fondo nero benedice in crudeltà la scena: come se lì, dietro il velame oscuro, si nascondesse un opificio di guardoni, di omicidi, di vili. Lo sguardo dellâAgnello è rassegnato, un Getsemani gli rastrema il muso: il Messia è pura carne, pura bestia, effrazione nel bianco. Nessun rito coglie questa morte, eleggendola; quellâagnello non è olocausto, bensì cibo. Agnello offerto allâAvvoltoio».
Ho sempre considerato lâautocelebrazione il fallimento dellâarte (o lâarte dei falliti⦠dipende dai punti di vista), un ulteriore carico di frustrazione che lâessere umano aggiunge alla sua malheureuse esistenza; tuttavia, prendersi i dovuti meriti è necessario in taluni casi, soprattutto quando lâimpegno di chi ha fortemente voluto la pubblicazione di un importante lavoro viene con superficialità trascurato⦠quae sunt Caesaris, reddite Caesari. Se questo libro è stato dato alle stampe e sono stati acquisiti i diritti, il merito principale va al Circolo degli Incauti che si è prodigato alacremente per la pubblicazione. Onça è il primo volume di una nuova collana pensata e progettata da un editore lungimirante (Pellegrini), che lâha strutturata seguendo le linee essenziali del nostro Manifesto Culturale, integrando nella copertina anche il simbolo della nostra associazione, la rosa capovolta. La collana si chiama Incaute e attualmente prevede tre sezioni: saggistica, narrativa e poesia, cui verranno aggiunte in seguito anche altre sezioni. Ma cosâè Incaute?
«INCAUTE è una scelta di fondo, uno stile di vita, un confronto con la realtà esistente, uno spazio di riflessione e di analisi dove lâequilibrio, la sobrietà e la moderazione, virtù false e ingannatrici, non hanno dimora. Poiché solo nel turbine e nel caos che il pensiero critico produce, smuovendo le coscienze, è pienamente possibile e concretamente realizzabile ogni aspirazione libertaria».
Questo è il nostro motto, questo è il motto dellâAssociazione Culturale âCircolo degli Incautiâ, condiviso anche dagli autori di Onça i quali presto saranno qui a Cosenza per presentare il loro nuovo e interessante libro.
